04 maggio 2019
04 maggio 2019

Annibale Frossi, l'intellettuale del dribbling

Storia di un campione friulano, tra bianconero (dell'Udinese) e nerazzurro (dell'Inter)

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Le lenti degli occhiali gli servivano per vedere oltre, sempre. Volendo sdoganare nel profondo la figura di Annibale Frossi fuoriesce l’essenza liquida di un atipico e camaleontico intellettuale. Che durante il ventennio dribblava quel concetto di omologazione tanto caro a Pier Paolo Pasolini esattamente allo stesso modo in cui dribblava i suoi avversari: tenace illuminista nel pensiero e caparbio avanguardista del cambio di direzione. Nella sua etimologia la radice del nome «hann» sta per grazia, ma Frossi non è mai stato quel tipo di calciatore avvezzo a tocchi di palla al cashmere o chissà quali roboanti acrobazie. Anzi, l’esatto opposto: la fanciullesca miopia lo indeboliva, nonostante l’amico (e futuro collega) Gianni Brera non perdesse mai occasione per esaltarne lo scatto bruciante e l’ammirevole coordinazione. Per comprendere appieno il valore di Annibale come calciatore bisognerebbe indossare i suoi occhiali, per non inciampare lungo un sentiero lastricato di ingannevoli apparenze. Bisognerebbe pensare come lui, che attraverso la forza degli ideali non si preoccupava tanto degli ostacoli di percorso o del numero di avversari da lasciare sul posto per arrivare in porta. Ma solamente di partire dal punto A per giungere al punto B. Di idealizzare un sogno per renderlo un concreto traguardo.
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Nato e cresciuto nella cittadina di Flambro, in provincia di Udine, quando le nostre terre non si erano ancora svestite del vessillo austro-ungarico, non ci volle molto tempo affinché Annibale si avvicinasse al mondo del calcio. Per dovere di cronaca la madre Rosina Concina lo vorrebbe medico in onore del padre Cesare Giuseppe, scomparso prematuramente, ma tra le quattro mura perimetrali del collegio Bertoni e il cortile della Parrocchia del Redentore il mito di «PIÉ VELOCE» inizia a riecheggiare con una qual certa risonanza. E forse anche troppa. Nel 1931 Frossi, non ancora maggiorenne e reduce da due annate piuttosto proficue con la nostra maglia, la combina davvero grossa. Decide di andarsene di casa per giocare nel Padova, e sin qui nulla di strano. Anche perché i biancoscudati, ambiziosi come non mai, non fanno altro che seguire il classico copione richiesto dall’equo scambio: vanno dall’allora patron bianconero Gino Rojatti, mettono sul tavolo la cifra giusta et voilà, si assicurano Frossi. Tutto in regola, o almeno in teoria, se non fosse per un dettaglio di non trascurabile importanza: di fatto l’unica persona rimasta all’oscuro della trattativa è proprio la signora Rosina Concina, l’ineluttabile ostacolo lungo il sentiero che da A conduce a B, che chiama i carabinieri e fa riportare immediatamente il figlio a Udine.
Il trasferimento di Annibale al Padova viene dunque rimandato, ma il club biancoscudato si dice fin da subito disposto ad aspettare. E di ragioni ne ha ben donde: perché Annibale deve sì, conseguire ancora la licenza liceale classica allo Stellini di Udine, ma sul rettangolo verde ha già mostrato qualche frutto decisamente maturo del suo repertorio. A scoprirlo nel 1928, sul campetto dell’Edera di Chiavris, fu il nostro osservatore dell’epoca Toni Calderan. Certo che quel paio di occhiali dalle lenti spesse e il fisico piuttosto gracilino non sono un granché come biglietto da visita, ma più passano i minuti e più la palla rotola che d’un tratto ci si accorge di essere di fronte alla più bugiarda delle apparenze. Esacerbate da un dribbling, da un cambio di direzione, o da una semplice accelerazione rettilinea. Annibale fa la cosa più naturale del mondo. Corre, e nessuno riesce ad acciuffarlo. Inizia a sfrecciare nel professionismo in tinte bianconere, le nostre. E se alla prima stagione l’allenatore ungherese Eugen Payer non lo schiera praticamente mai, riuscendo comunque a conquistare la promozione diretta in Serie B grazie ai 15 gol di Vittorio e le 11 reti a testa per Miconi e Bartesaghi, lo stesso discorso non si può fare quando l’anno dopo sulla nostra panchina arriva Imre Payer. Nella campionato di cadetteria del 1930-1931 il fratello maggiore di Eugen schiera Frossi come ala destra o punta centrale, lo valorizza, tant’è che Annibale nel finale di stagione raggiunge quota 32 presenze e dieci reti, 2 delle quali nello spareggio play-out vinto 7-0 ai danni della Lucchese.
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L’approvazione di esperti e critici del settore c’è, il diploma pure, ovviamente per la gioia della signora Rosina Concina, e allora il trasferimento di Frossi al Padova diventa finalmente realtà. I biancoscudati sognano la Serie A, aggiungono al bruciante scatto del «PIÉ VELOCE» il talento di altri enfant terrible del calibro di Aldo Olivieri, Alfredo Foni, Mario Perazzolo e difatto, l’ovvia conseguenza per una squadra di simile caratura, non può che esser la promozione nella massima serie del nostro calcio. In due stagioni Annibale mette insieme 47 presenze e 10 firme sul tabellino dei marcatori, raggiungendo la salvezza al suo secondo anno all’ombra dello stadio Silvio Appiani. Nel 1933 chiaramente il Padova darebbe tutto pur di trattenerlo, così com’è vero del resto che Frossi vorrebbe restare lì, ma il servizio di leva chiama e Annibale per continuare la sua carriera da calciatore passa al Bari in Serie B. E quasi sembra scontato dirlo: perché il dovere è pur sempre dovere, ma il piacere è certamente tutto dei tifosi biancorossi, che ammirano quel gracile ragazzo venuto dal nord declinare in un divoratore di traguardi: dodici gol in 30 presenze, quel che basta per condurre la compagine pugliese alla Serie A. Il Padova, che nel mentre ha ceduto la gran parte dei suoi talenti emergenti in favore di calciatori di maggiore esperienza, retrocede in cadetteria e nella stagione successiva decide di richiamare alla base Annibale: una nuova ma vecchia speranza, che nonostante i 14 gol – due in più rispetto all’anno precedente – non riuscirà nell’impresa di salvare i biancoscudati dal baratro della Serie C.
Per Frossi arriva un altro cambio di rotta. Ma non verso un altro lido calcistico, bensì per la campagna di Abissinia. Ovviamente non senza il solito e costante magheggio del fato. Nel 1935 Annibale si trova a bordo della nave Saturnia, a largo delle coste napoletane e diretta verso l’Etiopia, nei panni di caporale maggiore della fanteria Gran Sasso. C’è Adelchi Serena che lo osserva, lo scruta, quasi a volerne carpire l’essenza, e infine legifera senza troppi giri di parole: «voi non conquisterete l’impero da caporale, bensì porterete la mia squadra in Serie A», e Frossi viene così scaricato in Abruzzo. Perché sì, il gerarca viene ricordato da tutti più come uomo di politica e segretario del partito fascista, piuttosto che come patron dell’Aquila. E a ragion veduta, bene che sia andata così: perché alla fine non si vedranno né la Valorosa raggiungere l’Olimpo del calcio italiano, né tantomeno quel grande IMPERO tanto vagheggiato dalle alte cariche fasciste, ma più semplicemente la realizzazione di un DIVENIRE tutto privato e personale per il nostro Annibale, all’epoca venticinquenne.
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Ai nastri di partenza delle Olimpiadi di Berlino del 1936 Annibale ci arriva da studente di legge, perché il regolamento prevedeva che potessero essere convocati solamente calciatori iscritti a un’università o a un liceo, ma soprattutto da novello acquisto dell’Ambrosiana-Inter del patron Fernando Pozzani, che lo aveva strappato all’Aquila con un’offerta da 50mila lire coronando il sogno fanciullesco di Frossi. Di poter giocare all’Arena al fianco dell’idolo di sempre Giuseppe Meazza. Il commissario tecnico di quella comitiva di ragazzi era nientemeno che Vittorio Pozzo, l’unico uomo della storia ad aver sollevato due Coppe Rimet consecutive nel 1934 e poi nel 1938. E se le scellerate teorie naziste volevano dimostrare al mondo la superiorità degli atleti europei, alimentando niente più che false mitizzazioni, di pari passo la stampa italiana non sembrava troppo propensa a credere in un gruppo di «simpatici goliardi», come li definirono sulle prime pagine di ogni quotidiano alla vigilia della spedizione olimpica. Ma siccome gli schemi e i paradigmi sono creati appositamente per essere smentiti, ecco che James Cleveland Owens, da Oakville, e Annibale Frossi, da Flambro, diventano comuni denominatori dell’eroismo storico. Jesse si porta a casa quattro medaglie d’oro tra il salto in lungo, la staffetta 4x100, i duecento e i cento metri. E questi ultimi li correva in 10 secondi e 2 decimi, qualcosa di extraterrestre all’epoca. Annibale invece ci metteva un secondo e due decimi in più a percorrerli, ma solamente perché – dettaglio non banale – doveva portarsi dietro anche il pallone. Owens di giorno scendeva in pista per far mangiare la polvere agli atleti europei e alle teorie ariane, mentre alla sera cercava conforto nelle sincere e fragorose risate degli italiani, che alloggiavano a due passi da lui nel villaggio olimpico: portava con sé la fisarmonica e la chitarra, immancabili compagne, oppure si esibiva nella danza del ventre, cercando quella genuinità e quel conforto che non avrebbe mai potuto trovare alla luce del giorno, sotto i riflettori di uno stadio. C’è chi giura che quando Pozzo introdusse Jesse ad Annibale, e Annibale a Jesse, il velocista americano rimase letteralmente meravigliato nello scoprire le doti da centometrista di Frossi. E pensare che solo qualche giorno prima Adolf Hitler si era addirittura alzato in piedi, dalla tribuna d’onore, per salutarlo e complimentarsi con lui per i successi ottenuti. E proprio Owens aiuterà i nostri uomini a preparare atleticamente la finale contro la più quotata (e più tifata) Austria. Proprio quella finale in cui Annibale segnerà una doppietta decisiva. Perché come sono sufficienti cinque cerchi per creare un simbolo che rappresenti il mondo intero, invece a Frossi ne bastano due per inquadrare meglio la porta avversaria. All’inizio della spedizione il «PIÉ VELOCE» era sempre lo stesso, di fatto, ma la miopia era decisamente peggiorata. Vittorio Pozzo se ne accorge in tempo, e collauda l’arma del secolo: un paio di occhiali retti da un elastico che si stringe intorno alla nuca. Apparentemente poco, ma concretamente tutto, perché per la sfortuna delle difese avversarie Annibale inizia a vederci davvero bene: ne fa uno agli Stati Uniti, poi tre nel pesantissimo 8-0 vergato a un malcapitato Giappone e un altro decisivo, contro la Norvegia, ai supplementari. La finale di quei Giochi Olimpici declinerà banalmente in un’elevazione ultraterrena di «un opportunista della più bell’acqua», come lo definirà proprio il CT Vittorio Pozzo: il Frankenstein di un calciatore da 7 gol in 4 partite (8 in 5 se si conta anche la sfida di Coppa Internazionale contro la nazionale Ungherese del 25/04/37), l’uomo da cui è nato il nostro unico successo olimpico della storia.
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Tornato in Italia Annibale dimostra di avere le idee chiare fin da subito, su cosa vuol fare e su cosa non vuole essere: vincere con l’Ambrosiana-Inter gli riesce piuttosto bene in sei anni, con due Scudetti, una Coppa Italia e 49 reti in 147 partite ufficiali, ma anche rifiutare categoricamente di esibirsi nel «saluto romano» dopo la decorata Olimpiade, peraltro davanti a Benito Mussolini in persona, di certo non è da meno. Gioca gli ultimi scampoli di carriera tra la Pro Patria, in cadetteria, dove approda nel 1942, pur senza riuscire a coronare le ambizioni di Serie A dei bustocchi, e infine al Como, con cui Annibale vince un Trofeo Lombardo poco prima di appendere gli scarpini al chiodo nel ‘45. Proprio nell’anno del suo ritiro dal calcio giocato Frossi inizia a lavorare come capo servizio dei fornitori all’Alfa Romeo, ma alla fin fine si sà: quando una passione non ha limiti, non si può far altro che assecondarla. Il caso vuole che uno dei massimi dirigenti della fabbrica sia presidente del Luino, una squadra del varesotto in cerca di una guida tecnica esperta e navigata. E in egual misura non può essere un caso che l’impianto sportivo di Parco Margorabbia, casa dei rossoblù luinesi, sia stato intitolato alla sua memoria negli ultimi mesi. Annibale allenerà per altri due decenni: talvolta rendendosi uomo delle salvezze – come nei casi di Monza, Torino e Genoa – e altre trovandosi al posto giusto nel momento sbagliato. All’Inter, ad esempio, nel 1956, prenderà il posto di Luigi Ferrero nelle ultime sei giornate di campionato, prima di essere sostituito da Giuseppe Meazza e di prendere l’incarico da osservatore. Nel 1959, in quel di Napoli, gli andrà anche peggio: il presidente Achille Lauro lo esonererà dopo una manciata di partite in favore di Amedeo Amadei, “declassandolo” a fare l’osservatore. E pensare che quando Annibale propose all’allora presidente partenopeo un paio di talenti piuttosto interessanti, quest’ultimo non volle neanche ascoltarlo. Un peccato, perché poi sia Armando Picchi che Gianni Rivera hanno raccolto discreti successi in carriera.
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Precursore del modulo a «M», consacrato alla leggenda dall’Ungheria di Puskás e Kubala, negli anni ’60 Annibale sceglie di intraprendere la via del giornalismo. Insieme all’amico Gianni Brera teorizzava che il finale perfetto di una partita fosse 0-0, perché un simile risultato implicava una preparazione tecnica e tattica PERFETTA da parte di entrambe le squadre in campo. In pratica due forze uguali e opposte che si annullano. La qualità della penna e la sua poliedricità di pensiero gli hanno reso onore esattamente quanto i suoi dribbling. Colui che nacque sognatore e «PIÉ VELOCE», in quel di Udine, e che si spense di polmonite nella Milano che lo adottò, che lo rese «DOTTOR SOTTILE». Dalle Olimpiadi fino alle rubriche tattiche sul «Corriere dello Sport», o «Il Giornale» di Montanelli. Da un sogno chiamato Inter alla laurea in legge, conseguita nel 1941 per una promessa fatta alla madre Rosina Concina. Da Flambro a Milano, come da un punto A al punto B. Credendo nei propri sogni: alimentandoli, inseguendoli, realizzandoli.


Articolo a cura di Daniele Pagani
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